Dopo la guerra Oskar Gröning faceva il
manager in una vetreria vicino ad Amburgo, ma nel tempo libero
raccoglieva con passione francobolli. Fu a un incontro del circolo
filatelico della sua città che alla fine degli anni 80 si
trovò a parlare di politica con un altro collezionista. «Non
le pare terribile - disse l'uomo - che il governo dichiari illegale
qualunque cosa si dica contro l'uccisione di milioni di ebrei ad
Auschwitz?» E spiegò a Gröning come fosse
«inconcepibile» che tanti corpi fossero stati bruciati.
Gröning non disse nulla. Ma il tentativo di negare la realtà
di Auschwitz, luogo del più grande assassinio di massa della
storia, lo turbò e lo fece arrabbiare. Si procurò uno
dei pamphlet negazionisti citati dall’altro filatelico, ne
scrisse un commento ironico e lo mandò al collezionista.
Subito cominciò a ricevere minacciose telefonate di
sconosciuti: la sua denuncia contro i negazionisti dell'Olocausto era
stata stampata su una rivista neonazista. Le telefonate e le lettere
erano tutte di «gente che cercava di dimostrare che Auschwitz
era una grande allucinazione: perché non era successo».
Ma Gröning sapeva molto bene
che invece era successo: l'avevano destinato ad Auschwitz nel
settembre del 1942, ventiduenne membro delle SS. Fu quasi subito
testimone dell'arrivo di ebrei al campo. «Stavo alla rampa -
racconta - dovevo controllare il bagaglio del convoglio in entrata».
Vide i medici SS separare gli uomini da donne e bambini, poi
scegliere chi era adatto a lavorare e chi sarebbe stato mandato
subito alle camere a gas. «I malati - dice - venivano fatti
salire su camion della Croce Rossa: le SS cercavano sempre di dare
l'impressione che non ci fosse niente da temere».
Secondo Gröning, l'80-90% dei
primi che aveva visto arrivare furono immediatamente mandati a
morire.
Poi vide bruciare i corpi. «Un
compagno mi disse: "Vieni con me, ti faccio vedere". Ero
così scioccato che rimasi a distanza. Il fuoco guizzava verso
l'alto, il kapò mi raccontò poi i particolari
dell'operazione. Era disgustoso. Trovava divertente che quando i
corpi cominciavano a bruciare sviluppassero dei gas dai polmoni e
sembrassero sussultare, che le parti sessuali degli uomini davano
luogo a un'improvvisa erezione». Turbato, Gröning andò
dal suo capo per chiedergli di essere trasferito a un'unità di
prima linea. «Mi disse: "Caro Gröning, che cosa ci
vuol fare? Siamo tutti nella stessa barca. Ci siamo impegnati ad
accettarlo, a neppure pensarci"». Così Gröning
tornò a lavorare. Aveva fatto giuramento di fedeltà;
era convinto che gli ebrei fossero nemici della Germania; e sapeva di
poter manovrare la sua vita nel campo in modo da evitare di
imbattersi nel peggio dell'orrore. Poi scoprì gli aspetti
«positivi» di Auschwitz. «Molti di quelli che
lavoravano lì erano intelligenti». Quando alla fine
abbandonò il campo, lo fece con qualche rimpianto. «A
parte i maiali che soddisfacevano le loro inclinazioni personali, la
situazione speciale di Auschwitz portava ad amicizie a cui ancora
adesso ripenso con gioia».
Incontrare Gröning oggi e
sentirlo parlare di Auschwitz è un' esperienza strana. In
apparenza, non è diverso da tanti altri vecchi tedeschi
benestanti. Indossa abiti di buona qualità, mangia cibi
tedeschi sostanziosi, professa opinioni politiche di centro destra. A
più di ottant'anni, parla quasi come se a lavorare ad
Auschwitz sessant'anni fa fosse stato un altro Oskar Gröning.
Il punto fondamentale, quasi da far
paura, è che Gröning è uno degli esseri umani meno
eccezionali che si possano incontrare. Non è un folle mostro
delle SS, ma un ex impiegato di banca che per sua scelta e per
circostanze storiche si trovò a lavorare in uno dei luoghi più
infami della storia.
Gröning entrò nella
Gioventù Hitleriana quando i nazisti andarono al potere nel
1933. Era convinto di aiutare la Germania a liberarsi delle culture
estranee. A diciassette anni entrò in banca. Pochi mesi dopo
scoppiò la guerra. E Gröning si arruolò nelle SS.
Dopo un paio d'anni fu destinato ad Auschwitz: doveva contare il
denaro dei prigionieri e fu subito avvertito che gli oggetti di
valore presi agli ebrei non sarebbero stati restituiti. «Gli
ebrei arrivano e se non sono abili al lavoro ce ne liberiamo»,
gli dissero. Fino a quel momento Gröning aveva creduto che
Auschwitz fosse un «normale» campo di concentramento.
«Uno shock difficile da
digerire all’inizio», afferma. Ma dopo qualche mese si
abituò. «Bevevamo un sacco di vodka. Andavamo a letto
ubriachi e se qualcuno era troppo pigro per spegnere la luce, le
tirava una pistolettata». Nel 1944 la sua richiesta di
trasferimento fu infine accolta e Gröning raggiunse un'unità
delle SS nelle Ardenne. Ferito in battaglia, nel giugno del 1945 si
arrese agli inglesi. Gli fu dato un questionario, e capì che
«il coinvolgimento nel campo di concentramento di Auschwitz
avrebbe suscitato una reazione negativa». Così scrisse
che aveva lavorato per l'ufficio economato delle SS a Berlino.
«Il vincitore ha sempre
ragione, sapevamo che le cose successe ad Auschwitz non sempre erano
conformi con i diritti umani», osserva Gröning,
apparentemente inconsapevole di quanto grottesca possa sembrare una
minimizzazione del genere. Con altri SS, fu imprigionato in un ex
lager nazista. «Non fu molto piacevole, era una vendetta contro
i colpevoli». Le cose migliorarono nel 1946, quando lo
mandarono in Inghilterra ai lavori forzati. Tornò in Germania
nel 1948.
Poco dopo il rientro, era seduto a
tavola con i suoceri quando questi «fecero un commento molto
stupido su Auschwitz», sottintendendo che lui fosse stato un
«assassino potenziale o reale». «Esplosi - racconta
Gröning - urlai che questa parola e questa connessione non
avrebbero mai più dovuto essere menzionate in mia presenza,
altrimenti me ne sarei andato. Non se ne parlò mai più».
Poi Gröning fece carriera nella vetreria, diventando capo del
personale. Prima della pensione fu nominato giudice onorario per le
controversie legate del lavoro. Ancora oggi è convinto che
l'esperienza acquisita nelle SS e nella Gioventù Hitleriana
l'abbiano aiutato nella carriera.
«Dai dodici anni in poi - dice Gröning
- ho imparato che cos'è la disciplina». Quando infine il
suo passato venne allo scoperto (Gröning non cercò mai di
cambiare nome o di nascondersi), il pubblico ministero non fece
alcuna pressione per incolparlo. In realtà era una situazione
tipica. L'esperienza di Gröning illustra come sia possibile
essere stati nelle SS, aver lavorato ad Auschwitz, essere stati
testimoni del processo di sterminio, aver contribuito alla Soluzione
Finale, eppure non essere considerati «colpevoli» dallo
Stato tedesco occidentale del dopoguerra. Delle 6.500 SS che
lavorarono ad Auschwitz fra il 1940 e il 1945 e che si pensa siano
sopravvissute alla guerra soltanto 750 furono perseguite, la
stragrande maggioranza dai polacchi.
Per tutta la vita Gröning ha
creduto di aver fatto quello che riteneva giusto. Solo dopo
l'incontro con il filatelico negazionista, Gröning si è
deciso a parlare apertamente del periodo trascorso nel campo della
morte. Una volta andato in pensione e saputo che non sarebbe stato
condannato dalle autorità tedesche, ha deciso che non aveva
niente da perdere a confrontarsi con il passato. «Vorrei che mi
credeste - dice -. Ho visto le camere a gas, i forni crematori, i
camini. Ero sulla rampa al momento delle selezioni. Vorrei che
credeste a queste atrocità: perché io ero là».
Laurence Rees
autore del libro The Nazis and the Final Solution
(Traduzione di Monica Levy )