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Achenbach, Gerd, La consulenza filosofica. La filosofia come opportunità per la vita.
Milano, Apogeo, 2004, pp. 179

Recensione di Chiara Terraneo - 28/03/2005

Poco tempo fa alcuni quotidiani presentarono una ricerca effettuata all’ufficio anagrafe del Comune di Milano su quali fossero le professioni svolte dai milanesi; con stupore dei cronisti ben sei persone, residenti a Milano, si definivano “filosofi”. Nel nostro tempo “filosofo” non è una professione, non ci si autodefinisce come tali, se mai è un titolo che spesso il mondo accademico o il mondo della cultura attribuisce, pur con un certo pudore, a quei professori di filosofia che hanno valicato il muro accademico e hanno cominciato ad occuparsi di cose del mondo, in qualità di politologi, opinion leader o autorevoli commentatori su temi di grande interesse per i mass media. Chi ha a che fare con la filosofia è, tranne questi rari casi, un docente di filosofia in forza alle università o alla scuola secondaria; nell’accezione comune, invece, il “filosofo” è colui che al modo di Talete, cade nel pozzo mentre è intento a studiare i cielo, è colui che non ha alcuna attitudine per la vita pratica.
Per Gerd Achenbach, che nel 1982 fondò la Società di Consulenza Filosofica, tale atteggiamento è l’ovvio retaggio di secoli di autoemarginazione della filosofia rispetto ai problemi del mondo e di rifugio degli studiosi di filosofia tra le rassicuranti mura delle Accademie, impenetrabili ai problemi di natura etica, politica, esistenziale che invece turbano i cuori di tutti gli uomini. La questione in gioco è per Achenbach quale possa essere il ruolo della filosofia (e del filosofo) in questo nostro mondo, pieno di domande e scarso di risposte. La strada da percorrere può essere identificata in quella tradizione minoritaria della filosofia che a partire da Socrate (che nelle piazze incontrava e discuteva con gli uomini della città dei problemi e dei grandi temi della città) per passare poi attraverso la filosofia romantica, Kiekegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Benjamin, Rimmel, “resiste alla seduzione dell’ambizione sistematica del grande pensatore e che si concentra sul concreto, per rimanere enfaticamente vicina alle cose più piccole e minime” (p. 19). Queste cose piccole e minime sono le domande che ciascun essere umano ha da sempre dentro di sé e che ridestate da circostanze particolari chiedono, ancor prima di un risposta, di essere considerate degne di attenzione.
Il filosofo si confronta non solo con queste domande, ma innanzitutto con colui che vive su di sé questo interrogarsi e, nell’umiltà di un colloquio e usando innanzitutto la capacità di discernimento del problema che la filosofia gli mette a disposizione, ripercorre con il suo interlocutore (colui che Achenbach definisce il suo “ospite”) le ragioni al di sotto di queste domande, nel tentativo di trovare una possibile soluzione sperimentabile esistenzialmente.
In questo modo il “filosofo” – o, più correttamente, il “consulente filosofico” - diviene una vera e propria professione, non in competizione con le differenti possibilità di psicoterapia, perché l’interlocutore del consulente filosofico non è aprioristicamente un malato (secondo le classificazioni correnti), ma si tratta di una persona che in un momento di impasse cerca una figura che la aiuti a dipanare la matassa della propria vita. Tale figura si avvicina più a quella di un padre spirituale che a quella di un medico, pur condividendo con entrambi l’attenzione per la cosa in sé, così come si dà concretamente, oltre e al di là di teorie precostituite. Di conseguenza, ciò che Achenbach propone non è un metodo terapeutico: non vi sono diagnosi, categorie di sintomi o trattamenti terapeutici, non vi è neppure un setting predefinito: il cuore di tutto è costituito dal dialogo con l’ospite, una serie di colloqui in un rapporto non dall’alto in basso, ma pari a quello di due partner sullo stesso piano, che progressivamente chiarificano il problema (che può essere la tristezza successiva a un lutto, una crisi di coppia, così come il blocco che assale uno scrittore dinanzi alla pagina bianca, come esemplificato nell’unico caso descritto nel testo muovendo da un’esperienza di autoconsulenza che l’autore fece a sé stesso). Il filosofare del consulente filosofico è: “un comprendere che mette allo scoperto, ma non scopre; un percepire che guarda dentro le cose senza lintenzione di vedere attraverso di esse; un chiarire più che uno spiegare; […] una concentrazione rilassata, una ponderazione tranquilla, un parlare senza premeditazione, un riflettere senza intenzioni nascoste, l’invito al monologo a diventare dialogo”.
I saggi raccolti nel testo presentano più argomenti in favore della polemica antiaccademica di schopenhaueriena memoria che indicazioni positive su ciò che la consulenza filosofica è e su come la si debba compiere; tuttavia non sono privi di interesse: del tema si comincia a parlare – anche nei Dipartimenti di alcune Facoltà di Filosofia, curiosa nemesi per chi si vuole porre come libero professionista svincolato dal mondo universitario – e vale la pena ascoltare ciò che il padre di questa nuova pratica ha da dire. Se poi la consulenza filosofica sia “una chance per la filosofia”, probabilmente lo si vedrà con il tempo.

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Gerd B. Achenbach, nato nel 1947 ad Hameln, ha ottenuto il dottorato in filosofia nel 1981 con Odo Marquard e da quell’anno ha iniziato l’attività di consulente filosofico. Nel 1982 ha fondato la Società internazionale per la consulenza filosofica, di cui è stato presidente fino all’autunno del 2003. È direttore didattico della Lessino-Hochschule di Merano e Berlino, ed è direttore scientifico della Akademie Philosophische Praxis und Wirtschaft.

Da SWIF

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